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Rete-reti, ancora un salto? di E. Euli

In movimento / Nonviolenza
Data: 02 Set 2003 - 06:33 PM


Gli ultimi anni manifestano chiaramente la tendenza dei movimenti di resistenza ed alternativa politico-sociale a "fare rete", a costruire forum, ad incontrarsi per campagne ed appuntamenti. E' senz'altro cresciuta la capacita' e la voglia di collaborare, intrecciarsi, contaminarsi. E' in corso - di fatto -, anche grazie agli scambi su scala globale, un processo interculturale di vastissima ed inedita portata.


Di cosa parliamo quando parliamo di reti? Il fenomeno, a mio parere, piu' interessante ed innovativo e' stato il crearsi di reti. Dalla mia prospettiva ho avuto esperienza diretta di: - reti di associazioni (come il Gsf o il piu' recente coordinamento "Fermiamo la guerra"), - reti di persone ed associazioni (Lilliput), - reti di persone (Bandiere su tutti i balconi). Di queste posso e voglio parlare qui.


I coordinamenti intergruppi

Le reti di primo tipo sono quelle piu' sperimentate, per tempo e quantita' di casi. Sono anche, evidentemente, le meno innovative: senza nulla togliere, infatti, all'impegno e alla buona fede di moltissimi attivisti delle associazioni e al ruolo fondamentale giocato da queste in anni bui come sono stati quelli tra il 1985 e il 1995, queste esperienze di rete permettono alle organizzazioni gia' esistenti di rivitalizzarsi, sia in termini di contenuti che di relazioni, in modo tale che le strutture associative (troppo spesso simili ormai ad istituzioni burocratizzate) permangano e si ristrutturino (anche mediante cooptazioni dirette di quadri prodotti nel movimento) al variare dei contesti politico-sociali esterni. Questo tipo di reti procedono per principio di delega-rappresentanza, compaiono e scompaiono in relazione alla fase mediatica degli eventi ma ancor piu' agli interessi delle organizzazioni maggiori, sono formate perlopiu' da professionisti retribuiti. Talvolta sono presenti anche - a pari titolo, formalmente - rappresentanti di forze di partito e di sindacati. Il loro grande pregio, almeno in una logica politica tradizionale, e' che permettono l'organizzazione di grandi iniziative mediatiche (manifestazioni di massa, alto impatto giornalistico momentaneo, lobbying politica a livelli istituzionali...). Ma si sciolgono come neve al sole ogni qual volta gli eventi (e i media, e i soldi...) chiamino altrove.


La Rete Lilliput

Le reti miste, di secondo tipo, presentano novita' e potenzialita' piu' significative. Prendero' ad esempio Lilliput, perche' l'ho vissuta e la vivo dall'interno, ma credo che simili considerazioni possano valere anche per il mesto itinerario dei social forum italiani, repentinamente consumati in una sola stagione dai soliti "sinistri" ritualismi (ma, su questo ha gia' detto tutto Revelli, nello scorso almanacco di "Carta"). Rete Lilliput e' partita dal riconoscimento di un limite: che la fase di azione separata e non coordinata da parte di singole associazioni non bastava piu' e che fosse necessario creare un movimento piu' ampio che tenesse in rete moltissime persone e gruppi locali, allargando l'area della mobilitazione dal basso. In una prima fase (sino all'assemblea di Marina di Massa 2, nel 2002) il Tavolo Intercampagne (molto simile ad una rete intergruppi del primo tipo) ha guidato la Rete in relazione a campagne gia' esistenti o comunque condivise tra le associazioni: i nodi locali, formati a loro volta da persone-portavoce d'associazioni e da persone-ad adesione individuale, fungevano da cellule attive sul territorio in chiave di sensibilizzazione, protesta e proposte, a servizio di queste campagne nazionali. Al sorgere di altre aree a rete del movimento come i social forum , e in particolare da Genova, il Tavolo e' entrato, non a caso credo, in crisi irreversibile e con esso anche il rapporto tra la Rete e le associazioni promotrici. La Rete si e' allora data una conformazione autonoma, con una propria metodologia organizzativa interna (metodo del consenso) ed esterna (centralita' dei gruppi di lavoro tematici - glt - e delle campagne deliberate in assemblea); ha invitato le associazioni a lavorare nei nodi e nei glt, contribuendo alla riuscita di campagne comuni e condivise, ma: - in una relazione a dignita' equivalente tra le parti (orizzontalita' 1); - in un contesto definito in primo luogo nei processi stessi di rete e non in altri (orizzontalita' 2). Il Tavolo, infine, restava "in rete", ma solo in termini di garanzia e di consulenza scientifica. La proposta non ha funzionato e la distanza tra Lilliput e le associazioni e' cresciuta. L'esperimento di ibridazione tra una logica di rete ad adesione personale ed una ad adesione rappresentativa, si puo' considerare - almeno per ora - fallita. Giunte al dunque, le associazioni nazionali hanno preferito non pagare i costi di un'operazione che, a breve, sono parsi maggiori dei benefici. In particolare ritengo che le associazioni abbiano giustamente colto il rischio di una chiamata ad una trasformazione radicale del modo stesso di fare azione politico-sociale ed abbiano preferito tornare a modalita' piu' rassicuranti (quelle della rete di primo tipo) che gli consentono maggior controllo all'esterno e cambiamenti interni davvero impercettibili. Tra Marina di Massa 2 e Marina di Massa 3 (2003) questo processo si e' ulteriormente definito: l'assemblea di fine maggio ha sostanzialmente confermato l'impianto di Marina di Massa 2 e la fine anche formale dell'esperienza del Tavolo. I mesi a venire ci diranno: - se la proposta (scaturita da Marina di Massa 3) di una concertazione con le associazioni sulle campagne gia' in fase di programmazione condurra' ad una nuova e piu' proficua mediazione; - se la Rete riuscira' a sopravvivere e a crescere non ripercorrendo strade neo-cripto-associative.


Bandiere su tutti i balconi

Tra l'autunno e l'inverno e' accaduto in Italia (e solo da noi, direi) un fatto nuovo: milioni di persone in carne e ossa hanno scelto di mettere una bandiera arcobaleno sui loro balconi. Al di la' del contenuto, del senso e delle interpretazioni possibili di questo gesto in termini politici, mi interessa qui evidenziarne alcuni aspetti metodologici ed organizzativi. La campagna e' nata dall'idea di alcune persone e gruppi di area lillipuziana, ma progressivamente si e' espansa ed e' esplosa in forme a rete assolutamente non gestibili, amplissime ed incontrollabili. Siamo (stati) davanti ad un processo autopoietico (che si fa da se', mentre si fa, nei modi in cui si fa), acefalo (senza guida centrale, autoregolato, senza "volonta'" e senza "decisione"), ecologico (autocatalitico, evolutivo, complesso...). Vorrei dire anche, senza timore di esagerare, che siamo (stati) davanti e dentro al primo esperimento di rete in senso proprio, su scala di massa, nel nostro paese. Abbiamo molte cose da imparare e da riflettere a partire da un evento di questa portata.


Primi spunti

1. E' stata un'azione molto semplice, diretta, autogestibile da tutti, talvolta anche autoprodotta (qualcuno si e' fatto le bandiere da se'); 2. E' stata un'azione leggera ma conflittuale, sia in termini di protesta verso la guerra, sia per i processi che ha saputo provocare tra familiari, vicini di casa, cittadini e istituzioni; 3. E' stata un'azione fortemente trasversale rispetto alle ideologie e agli orientamenti politici e culturali; 4. E' stata un'azione estetica, bella, attraente e suggestiva. Ma soprattutto 5. E' stata un'azione ad adesione personale, proveniente dal vissuto e dalle emozioni di ciascuno, dai pensieri, dai desideri e dalle paure di esseri uma ni reali.


Un salto?

Credo che questa azione a rete di terzo tipo possa essere letta, in prospettiva, come una speranza ed un invito. La speranza, su vasta scala, e' che si inizi a superare, in primo luogo tra noi nel movimento, la logica dei gruppi ed il privilegiamento del proprio gruppo rispetto ad altri. L'invito e' a creare delle vere reti di persone, che vadano - con gradualita' ma con decisione - oltre l'attuale conformazione del movimento, ancora troppo ancorato ad un modello di coordinazione inter-gruppi, che difende le strutture, ma non ci permette di crescere e di evolvere verso una prospettiva "zapatista" e nonviolenta, come potremmo e dovremmo (vedi articolo di WuMing nello scorso almanacco di "Carta"). Credo sarebbe fruttuoso riconoscere che la fase dell'associazionismo politico in Italia ha concluso la sua parabola ascendente gia' da qualche tempo. E che, paradossalmente, se esse vogliono ottenere davvero gli obiettivi per cui sono nate ed ancora esistono, non possono che trasformarsi e superarsi in qualcosa che associazione non sara'. E che si debba e possa finalmente andare verso qualcosa di nuovo che, ancora confusamente, possiamo provare a chiamare rete: un insieme di luoghi (non una super-associazione di gruppi, non nuovi gruppi) che ci permettano di ascoltare, di discutere, di trasformarci, di essere insieme e diversi. Sarebbe un salto grandissimo, una vera utopia. Forse sara' impossibile, soprattutto per le grandi organizzazioni, mi direte. I partiti, poi, li diamo per persi. Magari avete ragione voi. Ma magari potrebbero iniziare le associazioni piu' piccole, quelle che hanno meno da perdere, a dare il buon esempio. E poi molte persone si muovono gia' in quella direzione. Verso la' si va, e io vado, per quel che sento.





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